
Se cercate la definizione clinica di grottesco, dimenticate i dizionari: aprite i fascicoli del tribunale di Pavia. Il caso di Chiara Poggi non è più un semplice omicidio irrisolto; è la macabra certificazione di una giustizia italiana che ha perso non solo la bussola, ma ogni contatto con la realtà umana e processuale. Vent’anni per accorgersi che il DNA “condannante” era frutto di una metodologia inadeguata? È un lasso di tempo sufficiente per far nascere e crescere una generazione intera, mentre la giustizia italiana ronza pigramente tra le incongruenze. È sufficiente per provare nausea, non solo indignazione.
Abbiamo assistito, in questa ennesima “settimana decisiva”, al riaffiorare di impronte ignorate, di video sepolti negli archivi e di una ricostruzione temporale — i famosi sedici minuti — che farebbero ridere se non fossero la base di una condanna che ha distrutto vite. Come si può pretendere che un uomo uccida, ripulisca una scena del crimine, cancelli ogni traccia e costruisca un alibi in un tempo sufficiente appena a scaldarsi un caffè? È un insulto all’intelligenza di chiunque possegga un minimo di raziocinio, ma in Italia l’insulto all’intelligenza sembra essere diventato prassi standard.
Si preferisce inchiodare un “colpevole comodo”, Alberto Stasi, pur di non ammettere l’ignavia di un sistema incapace di cercare altrove. La verità è un optional, un fastidio burocratico da archiviare in fretta. E mentre i media sguazzano nel dolore altrui e i consulenti litigano su cannuccie e cornette, il cosiddetto “Metodo Garlasco” si ripropone come il cancro metastatico di una nazione che si illude di essere civile, ma che si trascina invece nel fango di una competenza inesistente.
Ma se il tempo fosse l’unico mostro in questo palazzo dell’orrore, potremmo quasi consolarci. Invece, assistiamo impotenti a una riscrittura scenica degna del peggiore teatro dell’assurdo. L’omicidio ha cambiato location. Vent’anni fa, i Ris di Parma, con l’arroganza di chi credeva di aver chiuso il gioco, gridavano: “È successo all’ingresso”. Oggi, grazie a una “rimasterizzazione” fotografica che sembra un esercizio di fotoritocco più che scienza forense, si scopre che no, la tragedia ha debuttato in cucina. Sembra un brano di un copione scartato da un regista incompetente: sposta le pedine, inverte le luci, sperando che nessuno noti il cambio di scena a metà rappresentazione. Chiara Poggi non è più vittima di un delitto in salotto, ma di un’aggressione iniziata tra i fornelli. E questo “teatrino” delle scienze forensi non è un progresso, è un’ammissione di colpa: non sapevamo guardare allora, non sappiamo guardare oggi. Si tratta di un pasticcio indegno, dove i periti rivalutano impronte come se stessero dando una seconda vita a mobili usurati, piuttosto che analizzare prove capitali.
Ma l’apice dell’indignazione, il momento in cui la repulsione diventa fisica, si raggiunge quando emerge un dettaglio che sfida qualsiasi logica investigativa. Parliamo della macchia di sangue rinvenuta sotto la cornetta del telefono fisso. Riflettete un istante: perché una macchia di sangue finisce *sotto* la cornetta di un apparecchio telefonico? La risposta è agghiacciante e lapalissiana: qualcuno ha tentato di chiamare aiuto o ha compiuto un’azione dopo l’inizio dell’eccidio, per poi riporre il ricevitore al suo posto, sporcandolo. Ebbene, questa “banalità” del crimine, questa firma lasciata dall’assassino, è rimasta invisibile agli occhi di chi aveva il dovere di cercarla per due decenni. È come se un chirurgo lasciasse un tampone nel corpo del paziente e nessuno se ne accorgesse finché il paziente non muore “misteriosamente”.
E se questo non bastasse a confermarci che siamo di fronte a una farsa grottesca, arriva il colpo di scena del video. L’ultimo filmato di Chiara Poggi mostra Andrea Sempio, una figura che è rimasta una macchia sfocata sullo sfondo di una narrazione preconfezionata. Il video non era perduto, era semplicemente “inopportuno”. È stato ignorato, archiviato, forse perché disturbava troppo, mettendo a rischio la comoda costruzione del “mostro di turno” da offrire in pasto all’opinione pubblica. Che Sempio sia un colpevole o un povero Cristo che cerca di difendersi da un’accusa mediatica è secondario; ciò che conta è che la prova è stata tenuta nascosta. Il sistema giudiziario non ha cercato la verità, ha cercato la chiarezza amministrativa, ha cercato di non disturbare il manovratore.
E se qualcuno pensa che Garlasco sia un’eccezione, una macchia isolata in un sistema altrimenti funzionale, è un povero ingenuo. La “verità di Stato” o, peggio, la “verità da archivio” segue un copione ripetitivo, un rituale osceno che ritroviamo puntualmente in altri cold case italiani. Guardiamo il caso del professor Paolo Ungari, giurista di spessore, precipitato da un palazzo romano nel 1999. La scena che ci viene raccontata, e acriticamente ingoiata per oltre vent’anni, offende la fisica elementare quanto il buon senso.
Ungari cade dal terzo piano, ma il suo corpo viene ritrovato al secondo, accompagnato da una cartella vuota e, dettaglio che gelerebbe il sangue nelle vene a chiunque non sia un funzionario di procura addormentato, un vaso di cristallo “inspiegabilmente intatto”. Come fa un vaso di cristallo a sopravvivere a una caduta che uccide un uomo? È un miracolo di San Gennaro forense? O è lì, intatto, a dirci che qualcuno ha sistemato la scena del crimine con una cura maniacale, quasi artistica, dimenticando per un istante che la realtà non si modella come la creta? E quella cartella vuota, che avrebbe dovuto contenere documenti scomodi sul narcotraffico, cosa ci fa lì? È il simbolo tangibile di una giustizia che preferisce il vuoto, l’assenza di prove, alla scomodità di una verità che potrebbe disturbare i poteri forti.
Anche qui, come a Garlasco e negli infiniti altri casi che definire “dubbi” è concessione troppo grossa (il rogo di Prima Valle, la strage di Erba, il caso di Yara Gambirasio, il suicidio impossibile di David Rossi, etc), assistiamo alla “normalizzazione” dell’anomalia. Si chiude tutto in fretta, si cerca la soluzione meno destabilizzante per il sistema, si archivia e si torna a dormire sonni tranquilli. La verità? Un fronzolo inutile! Il “Metodo Garlasco” è ormai il protocollo standard di un Paese che ha smarrito il senso della giustizia: basta una sequenza di indizi deboli, una mezza ricostruzione, e il caso è chiuso. Non importa se il vaso non si rompe, se l’aggressione cambia stanza, se il DNA è inadeguato. L’importante è che il buco sia coperto.
Ecco perché non ci si deve limitare all’indignazione. L’indignazione suppone che ci sia speranza di cambiamento, che il sistema sia correggibile. Qui siamo ben oltre: siamo nella palude dello schifo. Viviamo in una nazione dove l’impunità tecnica è la vera religione di Stato, dove la vita delle persone vale meno della carriera di un magistrato o della quiete pubblica di un’istituzione. Il caso Garlasco, come il caso Ungari, non sono dei gialli da risolvere: sono specchi deformanti in cui l’Italia dovrebbe guardarsi, disgustarsi e vomitare.
