
L’alba del nuovo anno non ha portato luce, ma le fiamme di una guerriglia urbana che ha travolto il continente. Da Bruxelles, dove individui a bordo di uno scooter hanno brandito quel che sembravano AK-47, a Berlino, dove i vigili del fuoco hanno potuto operare solo sotto scorta armata, l’Europa ha assistito a un attacco coordinato alle sue fondamenta. Ad Amsterdam, le autopompe sono state state vittime di attacchi con fuochi d’artificio; a Parigi, oltre mille auto sono state ridotte a rottami. Non si tratta di disordini, ma di un’offensiva mirata: un attacco alle forze dell’ordine, ai soccorritori, a ogni simbolo dello Stato. Un atto di sfregio che pretende di passare come “festeggiamenti”.
La narrazione ufficiale, quando non si tace, cerca scorciatoie. Si parla di deriva islamista, di disagio giovanile, di piccola criminalità. Sono menzogne, comode mistificazioni per non guardare il problema in faccia. Il problema è un odio puro, radicale, per la società che li ospita. Un’ostilità assoluta verso l’autorità, le istituzioni, il pubblico potere. Non c’è una rivendicazione politica o religiosa, ma la politica della terra bruciata praticata sui territori stessi: si incendiano le scuole che non si frequentano, le auto dei vicini, i centri che dovrebbero offrire un futuro. È un lungo grido di disperazione che si traduce in un atto di guerra contro il mondo che li circonda.
Le responsabilità di questa catastrofe sono politiche, e sono chiare. Da un lato, una destra che ha cinicamente sfruttato l’immigrazione per creare un esercito di riserva, manodopera a basso costo per tenere i salari al tappeto e garantire profitti alle imprese. Dall’altro, una sinistra che ha coltivato l’utopia suicida di un universalismo senza identità, benedicendo ogni flusso migratorio come strumento di redenzione morale, convinta che smantellare le proprie radici culturali fosse un atto di progresso. Il risultato di questa alleanza scellerata non è l’integrazione, ma la balcanizzazione. Abbiamo creato micro-stati ostili all’interno delle nostre città, enclave dove la legge dello Stato non arriva e dove si consolidano identità concorrenti e aggressive.
A questo fallimento politico si aggiunge un tradimento quotidiano: lo Stato è sempre più percepito come il garante dell’illecito. Il cittadino onesto, che ogni giorno affronta il faticoso lavoro e il peso delle tasse, si sente abbandonato. Se reagisce a un furto, è lui a rischiare un processo; chi delinque agisce impunito. Lo Stato interviene con forza per punire la minima infrazione del cittadino perbene, ma mostra una paralisi cronica di fronte a chi non ha nulla da perdere. Questo meccanismo perverso non è un errore, è un sistema che sta erodendo il patto di fiducia tra istituzioni e popolazione. Un sistema che protegge i predatori e abbandona le prede, alimentando una rabbia che è una polveriera pronta a esplodere.
Se non si cambia rotta, l’orizzonte è cupo e non ammette vie di mezzo. Solo due scenari ci attendono. Il primo: un innesco emotivo, un evento tragico che scateni una reazione a catena, un conflitto civile diffuso, una guerra per le strade delle nostre città. Il secondo: l’ascesa inarrestabile di forze politiche che prometteranno ordine con la forza, instaurando un modello autoritario che sacrificherà la libertà sullo altare della sicurezza, magari in perfetta sintonia con una logica neoliberista che tollera il controllo solo quando l’economia è in pericolo.
Non siamo di fronte a un incidente di percorso. Questa è una catastrofe annunciata, figlia di decenni di ideologia cieca e di un rifiuto criminale di guardare la realtà in faccia. Le nostre classi dirigenti, protette nei loro salotti buoni, hanno negato, minimizzato e insabbiato un problema che era sotto gli occhi di tutti. Hanno scelto di ignorare la bomba a orologeria che hanno loro stessi assemblato. Ora, l’Europa non brucia per caso. Brucia per un preciso disegno di negazione, e le fiamme che vediamo sono solo l’inizio.
