
L’Italia, terra di arte e cultura, non è altrettanto celebre per la sua tradizione di dissenso e protesta. Infatti, quando si getta uno sguardo attento all’attuale panorama dell’area del dissenso in Italia, si scopre un quadro frammentato e vanitoso che spesso appare più interessato a lucidare le proprie immagini che a produrre effettivi cambiamenti.
Sembra, piuttosto, somigliare a un puzzle, con pezzi sparuti e disconnessi che faticano a trovare una collocazione definita. La varietà di gruppi, ognuno con le proprie visioni e aspirazioni, è tanto vasta che si rischia di perdere di vista l’obiettivo comune cioè ottenere una forza di impatto tangibile. Mentre in tutto il paese sempre più voci si ergono contro ingiustizie, disuguaglianze e corruzione, la mancanza di sforzi concertati, spesso, rende queste voci poco più di un rumore di fondo.
Che tristezza sentirli parlare autocensurandosi su Facebook o YouTube. Che tristezza sentirli parlare più politicamente corretti di Mirta Merlino, nel timore che il social di turno possa chiudergli il canale! Il dio Algoritmo li terrorizza! Che ingenuità: usare i mezzi del padrone per combattere il padrone. Ma siamo realmente sicuri che sia solo ingenuità? O è semplicemente la soluzione più semplice per loro?
Gruppi e movimenti più uniti e coesi, avrebbero lasciato queste piattaforme all’unisono e ne avrebbero definita un’altra comune su cui confluire. Questo avrebbe permesso ad un nutrito numero di persone interessate a tematiche sensibili e importanti di seguirli in massa. Purtroppo, ciò non è avvenuto.
Buona parte del problema, secondo me, risiede dell’enorme ego dei leader. Molti sembrano competere per la medaglia d’oro dell’auto-promozione piuttosto che per il progresso collettivo. Le pagine dei social media e le trasmissioni sono spesso dominate da una lotta per l’attenzione e la gloria personale, trasformando un movimento che dovrebbe essere centrato sul bene comune in un teatro di vanità e autoglorificazione.
Di conseguenza, l’idea di unità rimane la più proibita tra le fantasie. La mancanza di coesione, per non dire proprio l’odio viscerale, tra i gruppi è evidente, alimentata da una mancanza di fiducia reciproca, comunicazione inefficace e la lotta per affermarsi come il movimento migliore degli altri. La risultante confusione e mancanza di convergenza impediscono che le voci individuali si trasformino in un coro potente.
Ma il Déjà Vu, alla fine, diventa stancante. Gli stessi argomenti vengono trattati all’infinito, in una eterna ripetizione, da voci familiari che diventano quasi un cliché. L’approccio di “più lo ripeti e meglio è”, sembra prevalere, ignorando il fatto che l’originalità e la diversità di prospettive sono fondamentali per mantenere viva l’attenzione del pubblico sul tema. Ed invece cosa abbiamo? Sempre lo stesso giro di personaggi che, se pur alcuni molto bravi e preparati, hanno comunque ormai esaurito la loro efficacia. Conosciamo le loro opinioni, e, probabilmente, nella maggioranza dei casi siamo pure d’accordo con loro, ma sentirla un giorno si ed uno no, sul canale X piuttosto che sul canale Y, non cambia le cose e non da nuove armi per reagire a questa dittatura globale!
Laddove dovrebbero essere avanguardie di cambiamento, i gruppi che formano l’area del dissenso sembrano sempre più essere inerti custodi di un registro di discorsi ben formulati ma concretamente infruttuosi. Le strade rimangono prive di manifestazioni che sfidino lo status quo, mentre gli attivisti di tastiera e i protagonisti delle conferenze hanno il loro momento di gloria. Nel frattempo, le frustrazioni e le energie degli italiani, che potrebbero essere canalizzate in una lotta efficace per il cambiamento, rischiano di disperdersi nell’aria, perdendo la loro capacità di fare davvero la differenza.
Sono giorni in cui la retorica stessa sembra un lusso inappropriato, mentre l’azione dovrebbe essere la moneta con cui si paga la strada verso un futuro migliore. È ora che i gruppi nel panorama del dissenso in Italia dimostrino al pubblico che non sono solo una raccolta di parole vuote, ma una forza coesa, pronta a sfidare i problemi reali e a lavorare in modo unitario per il cambiamento. Altrimenti, la loro stessa validità come agenti per questa evoluzione rischia di sgretolarsi, lasciando spazio a una crescente sfiducia e a un’impressionante apatia verso un’area che una volta rappresentava speranza e slancio.
Allo stesso tempo, l’area del dissenso deve evitare l’inganno di rimanere intrappolata nella ragnatela della ripetizione e dell’autocelebrazione, cercando di non ricadere negli stessi vecchi ed odiati schemi del mainstream, ma, invece, cercare di proporre azioni pratiche che possano catalizzare un cambiamento reale. Quasi tutte le manifestazioni che vengono proposte da queste forze alternative, attualmente, si risolvono per lo più in eventi di promozione di libri, corsi e consulenze totalmente irrilevanti per cambiare il corrente stato delle cose.
Della disastrosa situazione dell’area del dissenso italiana, se ne è accorto anche Mohamed Konarè che in conclusione di un suo recente video non ha mancato di attaccare duramente tutti i canali alternativi italiani criticandone la totale mancanza di iniziativa. E come non essere d’accordo?
In una finta democrazia le risposte non possono arrivare da eventi per famigliole felici, mercatini solidali o corsi new age. E le risposte, statene certi, non arriveranno neanche dalla politica. In un paese senza sovranità, in un paese in cui negli ultimi 3 anni sono stati sovvertiti tutti gli articoli più importanti della costituzione, in un paese dove il diritto naturale, prima ancora che giuridico, all’inviolabilità del proprio corpo è stato calpestato nel più infame dei modi legittimando il ricatto di stato, in un paese in cui entro il 2030 tu non possederai più nulla, in un pese dove te lo dicono pure in faccia, non si può avere l’illusione che le elezioni possano minimamente cambiare le cose.
Ricordo a tutti la frase di un fine pensatore come Mark Twain: “Se votare servisse a qualche cosa, non ce lo lascerebbero fare”. Mai parole furono più vere. Rassegnatevi.
Gli africani, questo, lo hanno capito da molto tempo. Lo hanno capito attraverso il saccheggio e le innumerevoli sofferenze a cui i loro politici, marionette di altri regimi, li hanno sottoposti. Ma ora stanno reagendo. E non certo con vendite di libri o mercatini. 50.000 domande di adesione volontarie sono arrivate da parte dei cittadini del Niger per proteggere il paese dalla probabile risposta occidentale al recente colpo di stato. L’intero popolo è con i ribelli!
E’ così che si combattono le dittature! Lo fecero anche i nostri nonni! Fecero l’unica cosa che si poteva fare per distruggere l’oppressione nazi-fascista. Combatterono. E lo fecero con ogni mezzo necessario!
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